L’autore Don Roberto d’Amato nel suo libro dedicato a Giacomo Casanova, intende stabilire una raffinata correlazione fra i grandi seduttori delle diverse epoche, appartenenti a ceti sociali differenti, ma uniti dal carisma dirompente con cui seppero imprimere la loro impronta nella storia e nella letteratura. Casanova, “figlio illegittimo del patrizio Grimani” come si vociferava nelle cronache veneziane, non fu mai pienamente accettato da quella nobiltà a cui pur rivolgeva il suo amore smisurato e una devozione che, col tempo, rasentò l’ossessione. Il suo destino fu quello dell’eterno escluso: un uomo che ambiva al rango, ma che le strutture rigide e intransigenti della Serenissima Repubblica relegarono sempre alla periferia della sfera aristocratica.
Diversa la condizione del “divino marchese” Donatien Alphonse François de Sade, rampollo dell’antica nobiltà francese, educato a corte, compagno di giochi del principe di Condé. Egli godette, almeno in gioventù, di privilegi e di quel riconoscimento sociale che a Casanova fu sempre negato. Eppure, mentre il veneziano restò visceralmente legato all’Ancien Régime, fino a farsi difensore quasi caricaturale delle sue glorie ormai tramontanti, de Sade maturò un odio feroce verso quella stessa società che l’aveva allevato. L’aristocratico libertino abbracciò la Rivoluzione francese e nei suoi scritti si spinse fino a teorizzare un’utopia proto-comunista, una comunità umana liberata da ogni vincolo morale e istituzionale, in cui il piacere e la violenza diventavano gli unici criteri di relazione.
Questo contrasto appare tanto più emblematico se si colloca nel contesto della fine del XVIII secolo. Casanova, diplomatico e uomo di lettere, testimone della dissoluzione dei fasti veneziani, restò sempre fedele al suo ideale monarchico. Nei suoi Mémoires – “Histoire de ma vie” – il veneziano si mostra più volte devoto alla nobiltà, incapace di concepire un ordine diverso da quello che l’aveva escluso. De Sade invece, imprigionato più volte alla Bastiglia, scriveva nell’ombra i suoi testi più scandalosi, fra cui La filosofia nel boudoir, dove proclama: “Distruggete, distruggete fino all’ultimo frammento l’edificio dell’Ancien Régime, e lasciate che il piacere guidi la nuova società.”
L’autore sottolinea come il coraggio di Casanova non sia stato inferiore a quello del marchese francese. Il libertino veneziano, con sprezzo del pericolo, difese fino all’ultimo le sue idee, pur sapendo di attirarsi l’odio dei nuovi poteri emergenti. La sua fuga rocambolesca dai Piombi di Venezia nel 1756 resta una delle più celebri testimonianze della sua audacia: un atto di sfida non solo alle autorità, ma a quel destino di esclusione che lo perseguitava.
La dialettica fra Casanova e de Sade, dunque, diventa simbolica. Da un lato, l’uomo che rischia la vita per un ordine morente, fedele fino al ridicolo a un’aristocrazia che non lo riconosce; dall’altro, il nobile che tradisce le sue origini per farsi profeta di un mondo nuovo, portando la sua ribellione fino all’abisso della perversione. Come scrive lo storico Pierre Klossowski, “de Sade è l’oscuro rovescio della Rivoluzione, il suo specchio deformante”; mentre Casanova, per dirla con Stefan Zweig, “è l’ultimo figlio della Serenissima, l’eco stanca di una civiltà che si spegne.”
Nella tensione fra questi due giganti della seduzione e della trasgressione, l’autore coglie il cuore di un secolo in bilico, sospeso fra l’antico splendore e le convulsioni del nuovo. La figura di Casanova acquista allora un valore eroico e quasi tragico: non tanto il libertino superficiale della leggenda, ma un uomo che, in nome della fedeltà alle sue convinzioni, non esitò mai a sfidare la morte e il ridicolo, consegnandosi alla storia come un emblema dell’Ancien Régime morente.
Casanova ci è restituito dai ritratti settecenteschi di Francesco Narici e dalle incisioni di James Gillray come un uomo elegante, talvolta ridicolmente compiaciuto, simbolo di Venezia galante. La sua iconografia è permeata di teatri, maschere, danze e feste carnevalesche.
De Sade invece resta un volto oscuro, tramandato da rare stampe ottocentesche e da immagini carcerarie. Celebre il ritratto conservato a Charenton, che lo mostra come un pensatore inquieto e tormentato, quasi presagio delle tempeste politiche che di lì a poco avrebbero spazzato via la sua generazione.
Queste immagini diventano specchi culturali: Casanova come “il sorriso mascherato di un mondo che muore”, de Sade come “il ghigno febbrile di un mondo che nasce nel sangue.”
In questa dialettica, l’autore coglie non solo due uomini straordinari, ma il volto stesso della modernità che nasce dal tramonto di un’epoca.
Dott.ssa Melinda Miceli Critico d’arte


