IL VULCANO E L’ABBRACCIO CON L’ARGENTINA

 

C’è un momento preciso in cui una città smette di essere semplicemente un insieme di strade e palazzi e diventa un palcoscenico dell’anima.

Quel momento è accaduto anche quest’anno … Catania ha appoggiato la testa sulla spalla di un partner invisibile, ha chiuso gli occhi e si è lasciata guidare dalla nuova edizione del TangoLand Fest, dove dal 7 al 12 ottobre il capoluogo etneo si è riscoperto, d’incanto, una Buenos Aires affacciata sul Mediterraneo.

Non chiamatelo solo festival, il tango non si esibisce, si abita.

Sotto il cielo di un inizio ottobre che ha conservato ancora il calore dell’estate, centinaia di anime, “milongueros” e sognatori arrivati da ogni angolo d’Europa si sono radunati ai piedi dell’Etna.

Ad averli uniti non è stata solo la tecnica, ma una necessità profonda: quella di cercarsi in un abbraccio, di scomparire per tre minuti, il tempo di una “tanda”, nel corpo di uno sconosciuto, per poi ritrovarsi incredibilmente più vicini a sè stessi.

Due mondi che si fondono: il Barocco e il Bandoneón.

Catania e il tango possiedono una drammaturgia comune, di qualcosa di profondamente tanguero nella pietra lavica scura, nel contrasto tra la solennità del barocco e l’energia viscerale che scorre nelle vene della città.

Le note nostalgiche del bandoneón sembrano fatte apposta per risuonare tra gli storici palazzi e le piazze catanesi, che quest’anno fanno da cornice e scenografia a questo rito collettivo.

La quarta edizione della manifestazione si è tenuta principalmente presso il centro culturale LAND – La Vecchia Dogana nel porto di Catania.

Il festival ha ospitato oltre 300 ballerini internazionali con un programma completo che ha incluso workshop, esibizioni e nove milonghe, e si concluderà proprio questa notte del 12 ottobre con l’evento di chiusura “After Party – Turkish Night”.

Il programma della manifestazione si è mosso su un doppio binario emotivo, di giorno, lo studio e la ricerca: masterclass e seminari tecnici guidati da maestri di fama internazionale, custodi di una tradizione che è patrimonio UNESCO…si studiano la postura, l’improvvisazione, la complicità geometrica dei corpi, ma è quando la luce del sole cede il passo all’imbrunire che, il festival compie la sua vera magia.

Le serate si sono accese nelle milonghe, trasformate in templi di un culto antico.

Qui le regole del mondo esterno si azzerano e vale solo la legge del “cabeceo”, quel gioco silenzioso di sguardi e intese a distanza con cui ci si invita a ballare.

Sulle note eseguite dal vivo da orchestre tipiche e selezionate dai migliori TDj, le coppie iniziano a ruotare in senso antiorario, come un unico grande cuore che pulsa all’unisono sul pavimento, “Ocho”, “vueltas” e “sacadas” non sono più passi di danza, ma parole di un dialogue muto e universale accendendo a un richiamo del sangue, costruendo così un ponte invisibile tra la Sicilia e il Río de la Plata.

C’è un motivo se il tango attecchisce così profondamente in questa terra, ed è da ricercarsi in un legame emotivo e storico che profuma di memoria, infatti il TangoLand Fest a Catania non è un innesto culturale artificiale, ma il ritorno a casa di un sentimento, nato tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, a bordo dei transatlantici che partivano carichi di speranza, dove erano imbarcati migliaia di siciliani che lasciavano i paesi dell’entroterra o le città di mare per cercare fortuna in Argentina.

Quei migranti portarono con sé valigie di cartone e una malinconia insanabile per la terra natia.

Nei quartieri portuali di Buenos Aires, come La Boca o San Telmo dove la nostalgia siciliana si mescolò ai ritmi africani, alle melodie dei migranti spagnoli, polacchi e genovesi, un vero e proprio crogiolo di solitudini dove prese le prime mosse il tango tant’è, che molti dei padri fondatori e dei più grandi interpreti di questa musica portavano cognomi inequivocabilmente isolani, che hanno visto pure compositori e musicisti del calibro di Domingo Federico o Juan D’Arienzo, le cui radici familiari affondano proprio nel Sud Italia.

Il tango, dunque, conserva nel suo codice genetico il senso della perdita, il dramma del distacco e la passionalità fiera tipici dell’anima siciliana.

Quando un ballerino catanese oggi stringe a sé un partner sulle note di un vecchio brano degli anni ’30 o ’40, sta inconsapevolmente dialogando con i fantasmi e i sogni dei propri antenati, chiudendo così un cerchio transoceanico che la nostalgia, un tempo partita dalla Sicilia verso il Río de la Plata, oggi ritorna sotto forma di arte, orgoglio e movimento.

Un viaggio oltre i confini, nel cuore dell’accoglienza questo è ciò che il festival dimostra così, come la cultura possa diventare un formidabile motore di incontro e turismo emotivo.

In questi giorni di autunno mite, anche se l’Etna ha brontolato, la comunità internazionale del tango riempie i vicoli, i caffè e i b&b del centro storico di Catania, portando una ventata di internazionalismo che si sposa perfettamente con la storica vocazione all’accoglienza della Sicilia.

“Il tango è una malinconia che si balla”, diceva lo scrittore Enrique Santos Discépolo.

E in questa settimana, quella malinconia calda, fiera e bellissima ha trovato casa a Catania, dove la città ha vibrato, non per i tremori del suo vulcano, ma per il battito sincopato, magnetico e travolgente di centinaia di cuori che hanno deciso di camminare insieme, a tempo di tango.

Catania, 12 Ottobre 2026

 

di                                   Vincenza Mascali

 

Rubrica: Pensieri Rumorosi