LA VALIGIA DI CARTONE

SOTTOTITOLO: Dai quadri di Armando Sparacino alla cronaca di oggi: perché la nostra emigrazione non può essere paragonata.

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C’è un’immagine che da giorni gira nei laboratori di Ragusa Ibla e che merita di diventare simbolo.

È un dipinto di Armando Sparacino, artista che ha fatto della memoria siciliana la sua materia.

Una mano grande, di lavoratore, stringe una valigia di cartone legata con lo spago.

Davanti, un binario che si perde verso un paese arroccato sul colle, con le cupole e le case bianche. In lontananza, un piccolo treno a vapore nero che se ne va.

Non c’è volto, non serve, quella mano siamo tutti noi.

Quel quadro non è nostalgia.

È un documento storico, racconta cos’era davvero l’emigrazione siciliana, quella che oggi qualcuno vorrebbe paragonare, con una sovrapposizione furba e offensiva, a ciò che sta accadendo sulle nostre coste.

I nostri avi non partivano per scelta.

Partivano per necessità.

Tra la fine dell’Ottocento e gli anni Settanta del Novecento, la Sicilia ha perso quasi due milioni di figli.

Partivano con un foglio in regola: passaporto, visita medica all’ Ellis Island di New York o a Brema, carta d’identità timbrata in Questura, contratto di lavoro per la miniera di Marcinelle, per la Fiat di Torino, per le fabbriche della Germania.

La valigia di cartone legata con lo spago non era folclore, era povertà.

Dentro c’erano due camicie, un pezzo di pane, la foto della famiglia.

Non c’era altro.

E soprattutto, c’era una regola non scritta che valeva più di una legge: non disonorare il paese da cui vieni.

L’emigrante siciliano sapeva che ogni suo gesto sarebbe stato giudicato come il gesto di tutti i siciliani. Per questo ha lavorato dieci, dodici ore al giorno.

Ha accettato i lavori che nessuno voleva.

Ha imparato la lingua del posto, ha mandato i soldi a casa, ha costruito case, chiese, associazioni.

Non ha mai chiesto di essere mantenuto.

Chiedeva solo di poter lavorare. E quando ha sbagliato, ha pagato, in carceri straniere, senza pretendere sconti.

Chi ha memoria di famiglia lo sa. Non c’era nessuna nave di Stato ad aspettarlo. Non c’erano accoglienza, pocket money, assistenza legale gratuita.

C’era un treno merci e un datore di lavoro che il giorno dopo ti voleva già in fabbrica.

Confrontare quella storia con l’immigrazione irregolare di questi mesi è un falso storico prima ancora che politico.

Oggi assistiamo a un fenomeno completamente diverso per numeri, modalità e regole.

Non parliamo più di singole partenze controllate, ma di arrivi di massa, spesso gestiti da organizzazioni criminali che lucrano sul trasporto.

Non parliamo di persone con documenti e un contratto in tasca, ma di migliaia di persone senza identità accertata, che una volta sbarcate spesso rifiutano il fotosegnalamento e spariscono sul territorio nazionale.

E qui sta il nodo che i cittadini vedono ogni giorno e che la retorica non può più nascondere: una parte, non tutti, ma una parte significativa di questi arrivi, non viene per integrarsi lavorando.

Le cronache degli ultimi mesi, anche nella nostra Sicilia orientale, raccontano di risse, spaccio nei centri di accoglienza, violenze, furti.

Sono fatti, con nomi, denunce e arresti, non percezioni.

Il cittadino che lavora e paga le tasse si chiede perché debba sentirsi insicuro sotto casa propria, mentre gli si chiede di comprendere.

Il punto non è essere buoni o cattivi.

Il punto è la legalità.

I nostri emigranti erano emigranti regolari.

Rispettavano le leggi del Paese che li ospitava, anche quando quelle leggi erano dure e discriminatorie.

Chi arriva oggi deve fare lo stesso: rispettare le leggi del Paese che lo ospita.

L’Italia è un Paese generoso, lo ha sempre dimostrato, ma la generosità non può diventare debolezza e l’accoglienza non può diventare un lasciapassare per l’illegalità.

I quadri di Armando ci aiutano proprio in questo: ci ricordano chi siamo.

Non siamo figli di chi è andato a pretendere.

Siamo figli di chi è andato a faticare con una valigia legata con lo spago.

E proprio per rispetto verso quella fatica, verso quelle mani che stringevano forte per non mollare, abbiamo il dovere di dire che le due cose non sono uguali.

Non sono mai state uguali.

Rispettare la nostra storia significa anche avere il coraggio di governare il presente con regole chiare: chi ha diritto all’asilo va protetto, subito e bene.

Chi viene per lavorare deve poterlo fare con canali legali, come facevano i nostri.

Chi delinque, va rimandato a casa.

Senza ipocrisie.

Quella valigia di cartone è il nostro orgoglio.

Non permettiamo a nessuno di usarla per giustificare ciò che orgoglio non è.

Catania li, 25 Ottobre 2026

 

di                      Vincenza Mascali 

Rubrica: Pensieri rumorOSI

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