A CESARE QUEL CHE È DI CESARE E A DIO QUEL CHE È DI DIO

Aprendo a caso il Vangelo e per leggerne un passo ci è capitato il brano  in cui i Farisei e gli Erodiani tentarono di cogliere in fallo Gesù chiedendogli se sia lecito o no pagare il tributo a Cesare.

Di fronte alla loro ipocrisia, Gesù chiede di mostrare la moneta del tributo e, constatando che l’immagine e l’iscrizione sono di Cesare, pronuncia la celebre frase: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”

Proiettando ai nostri tempi tale episodio siamo giunti ad una ri flessione che sottoponiamo all’attenzione di tutti voi amici lettori.

C’era un tempo in cui la celebre massima evangelica «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» serviva da bussola geopolitica per tracciare una linea di demarcazione netta tra il potere temporale e quello spirituale.

Era l’alba della laicità dello Stato.

Oggi, in un XXI secolo frammentato, iper-connesso e dominato da algoritmi e mercati globali, quel paradigma ha smesso di essere una questione puramente teologica o giuridica.

Si è trasformato in qualcosa di più urgente: una grammatica della separazione, un manuale di sopravvivenza per rimettere ordine nel caos della politica, dell’economia e della tecnologia.

Trasportare questa frase nell’attualità significa comprendere che il nostro errore principale non è più la sovrapposizione tra Chiesa e Stato, ma lo sconfinamento sistematico di poteri che non sanno più stare al proprio posto.

La politica odierna offre il primo, clamoroso esempio di questo disordine; per anni abbiamo assistito alla nascita di populismi che hanno cercato di occupare ogni spazio del dibattito pubblico, pretendendo di offrire risposte salvifiche e dogmatiche a problemi puramente tecnici, al contempo, abbiamo vissuto la tentazione opposta: la tecnocrazia, ovvero l’illusione che la gestione dello Stato potesse essere ridotta a un freddo foglio di calcolo, esautorando la mediazione democratica.

In questo scenario, “dare a Cesare quel che è di Cesare” significa restituire alla politica la sua vera funzione: la scelta dell’indirizzo, la visione strategica, la mediazione sociale, ma significa anche, di riflesso, porre un limite invalicabile; la politica non può trasformarsi in una religione laica, non può pretendere di normare la coscienza profonda degli individui o di colonizzare la scienza e la magistratura per fini di consenso.

Quando il decisore pubblico pretende di sostituirsi allo scienziato nelle crisi sanitarie, o al giudice nelle aule di tribunale, sta invadendo territori che non gli appartengono, spezzando quell’equilibrio istituzionale che garantisce la tenuta democratica.

Se la politica fatica a geographicamente riconoscere i propri limiti, l’economia moderna sembra averli del tutto cancellati.

Viviamo nell’era del “capitalismo della sorveglianza” e dei mercati predatori, dove la finanza globale tende a comportarsi come una divinità assoluta, esigendo sacrifici umani in nome dello spread o del profitto trimestrale, abbiamo trasformato il mercato da eccellente servitore a pessimo padrone.

Applicare la massima di Cesare all’economia significa tracciare una linea rossa tra ciò che è mercificabile e ciò che deve restare sacro, inteso nel senso più laico e universale del termine.

Cesare, lo Stato, la comunità regolata, ha il diritto e il dovere di riscuotere i tributi, di pretendere il rispetto delle regole e di governare i flussi macroeconomici e chi produce ricchezza deve “dare a Cesare” una quota equa attraverso una fiscalità progressiva, destinata a finanziare la sanità pubblica, l’istruzione e le infrastrutture.

Tuttavia, l’addio a “quel che è di Dio” si traduce nell’assoluto divieto di consegnare al mercato la dignità umana, i diritti sociali e la tutela del pianeta dove i beni comuni, l’acqua, l’aria, la salute, la sopravvivenza stessa delle generazioni future non possono essere scambiati in borsa, infatti, non tutto ha un prezzo, perché alcune cose hanno esclusivamente un valore.

Riconoscere questa differenza significa impedire che l’economia fagociti l’etica.

La sfida più complessa e affascinante si gioca però sul terreno della transizione digitale e dell’intelligenza artificiale, è così in questi anni abbiamo assistito a una vera e propria divinizzazione dell’algoritmo ed è innegabile che abbiamo affidato alle macchine decisioni cruciali: dalle assunzioni aziendali alla diagnosi medica, fino alla formulazione di giudizi predittivi in ambito penale, rischiando di abdicare alla nostra responsabilità in favore di un nuovo idolo tecnologico, infallibile solo in apparenza.

In questo contesto, il “Cesare” da regolare è l’efficienza artificiale anche se è giusto dare all’automazione ciò che le appartiene di diritto: la capacità di calcolo, l’analisi di moli oceaniche di dati, la ripetitività dei compiti più usuranti, ma nel contempo dobbiamo difendere con le unghie e con i denti ciò che appartiene all’alleanza profonda tra l’essere umano e la sua parte più intima: l’empatia, il dubbio morale, l’intuizione creativa, la responsabilità dell’errore.

La decisione ultima sulla vita di una persona, sia essa una sentenza giuridica o una scelta terapeutica, non può essere delegata a una stringa di codice, l’etica non è computabile.

Infine, esiste una dimensione quotidiana ed esistenziale di questa separazione, che si riflette nel dibattito sul bilanciamento tra lavoro e vita privata.

In una società iper-connessa, dove le notifiche aziendali invadono gli smartphone a qualsiasi ora del giorno e della notte, il “Cesare” corporativo pretende una devozione assoluta, una reperibilità totale che svuota l’individuo del suo tempo interiore.

Dire “addio a quel che è di Dio” in ambito privato significa rivendicare il diritto alla disconnessione, proteggere lo spazio sacro degli affetti, del riposo, della riflessione e della cura di sé dove il lavoro è un dovere e un mezzo di realizarci, ma non può diventare l’unica lente attraverso cui definiamo la nostra identità.

In conclusione, la forza senza tempo di questa intuizione risiede nella sua capacità di ricordarci che la libertà umana si difende solo attraverso la custodia dei confini esistenti fra una società in cui la politica vuole farsi religione, l’economia vuole farsi Stato e la tecnologia vuole farsi uomo.

Cosi operando è evidente che siamo di fronte ad una società destinata al collasso per cui estituire a Cesare il potere della regola e proteggere la sfera dei valori indisponibili dall’invasione del mercato e dell’algoritmo non è un esercizio di stile, ma l’unico modo che ci resta per rimanere umani.

Catania, 20 Ottobre 2026

di                 Vincenza Mascali 

 

Rubrica : Pensieri rumorosi.