Condanno la violenza, PERÒ bisogna capire.

Tratto dal web, facciamo nostra condividendone in pieno l’analisi sociale.

Sabato pomeriggio (17 Ottobre 2026), a Milano, un branco di ragazzini ha protestato contro il carovita svaligiando un Foot Locker.

Rileggetela con calma. Contro il carovita. Hanno sfondato le vetrine a colpi di mazza e di sassi e si sono portati via la merce, mentre gli amici riprendevano tutto col telefonino. Perché se non finisce su TikTok non è successo.

Facciamo l’inventario, perché sui fatti non accetto storie.

– Piazza Duomo evacuata, con i turisti che si rifugiavano nella metropolitana per non prendersi una bomba carta in testa.

– La fermata Duomo della M1 e della M3 chiusa per ore.

– Un’auto dei carabinieri presa d’assalto e saccheggiata, i blindati danneggiati.

– Un cantiere dato alle fiamme sotto le guglie, e già che c’erano anche un bagno chimico.

– Barricate attorno al monumento a Vittorio Emanuele. Contro la polizia sono volati sassi, cubetti di porfido, bottiglie, transenne, sedie dei bar e perfino i monopattini.

– Pensiline dell’ATM spaccate, vetrate di palazzi storici rotte.

– Vetrine sfondate in corso Vittorio Emanuele, a San Babila, in via Torino e in via Speronari.

– Cassonetti in fiamme in via Mazzini. In Galleria i negozi hanno abbassato le saracinesche con i clienti e i commessi chiusi dentro.

Venticinque persone in ospedale, dieci sono agenti. Più di cinquanta fermati, metà minorenni.

Il sindaco parla di danni molto ingenti. Il conto in euro ancora non c’è, ma sappiamo già benissimo chi lo pagherà.

Non “i ricchi di Milano”, che a quanto pare erano il bersaglio degli slogan urlati in piazza.

Complimenti per la mira. I ricchi di Milano sabato alle sei non stavano dietro la cassa di Foot Locker.

Dietro quella cassa c’era un commesso.

Uno che porta a casa milletrecento euro al mese e che adesso deve spazzare i vetri e rifare l’inventario della merce che non c’è più.

C’era il cameriere che ha visto i suoi tavolini volare contro gli scudi della polizia. C’erano gli operatori ecologici che hanno raccolto pietre e detriti fino a tarda notte.

C’erano dieci uomini e donne in divisa finiti al pronto soccorso per uno stipendio che vi farebbe ridere.

E c’erano i milanesi normali, quelli che a fine serata sono scesi in strada a pulire da soli, senza che nessuno glielo chiedesse.

Questa è la Milano che lavora. Sabato l’hanno presa a sprangate.

Chi erano? Secondo la polizia, centinaia di ragazzi arrivati a gruppetti dalle periferie e da fuori Milano, senza un capo e senza una sigla. Apolitici, scrivono. Fuori dalla questura un genitore l’ha detta meglio di qualunque sociologo: metà sono minorenni, l’altra metà pirla.

E qui sta il punto. Provate a chiedere a uno di questi scemi di merda con chi ce l’ha. Non lo sa. Col governo, con la polizia, coi ricchi, con la vetrina, con la sedia del bar.

Ce l’ha con nessuno, quindi con chiunque gli capiti a tiro.

Non ha una causa. Ha un cappuccio e un sabato libero.

Manzoni l’aveva già raccontato quasi duecento anni fa.

Milano, la rivolta per il prezzo del pane, e la folla che per protestare va a distruggere i forni, cioè l’unico posto dove il pane si fa. Siamo ancora lì.

Solo che al posto del forno delle grucce c’è un negozio di scarpe, e al posto della folla del Seicento c’è uno col passamontagna che si fa il video.

E adesso veniamo a voi. Sì, proprio a voi: l’intellighenzia con la giacca di velluto, le cattedre, le redazioni, i salotti dei talk show.

So già cosa state per dire. Che in quella piazza la sinistra non c’era. Che il corteo era apartitico, con le sole bandiere italiane.

È vero, lo sottoscriviamo ed  è esattamente questo il problema.

Non avevate bisogno di esserci. Avete fatto un lavoro molto più profondo: avete passato quarant’anni a costruire l’alibi. Gramsci la chiamava egemonia. Non serve la tessera del partito, basta che la tua idea diventi l’aria che tutti respirano.

E l’aria che respira un sedicenne oggi gli dice che la polizia è il nemico, che chi apre un negozio è un padrone, che la proprietà degli altri è un’opinione e che la rabbia è sempre una domanda sociale da ascoltare. Quei ragazzi non sanno nemmeno chi fosse Gramsci. Ma la lezione l’hanno imparata a memoria.

Negli anni Settanta li chiamavano cattivi maestri.

Quelli che la chiave inglese non la impugnavano, ma spiegavano perché fosse giusto impugnarla.

Oggi non serve neanche spiegare. Basta una parolina sola: però.

“Condanno la violenza, PERÒ le ragioni sono legittime.”

“Condanno la violenza, PERÒ bisogna capire.”

Fratoianni ha detto proprio questo: condannare non basta, bisogna capire.

No, onorevole. Qui non c’è niente da capire.

C’è un negozio svaligiato e ci sono dieci agenti in ospedale. Ogni volta che dopo la parola violenza ci mettete un però, state firmando una giustificazione. E quei ragazzi il però lo sentono benissimo, anche senza leggere i giornali.

Lo stesso sabato pomeriggio mezza opposizione sfilava a Roma, in piazza del Popolo, con la Cgil.

E sabato sera, con il porfido ancora per terra, il centro sociale Lambretta e il collettivo Deriva avevano già messo in rete un hub legale per i fermati, con tanto di indirizzo email per trovare l’avvocato.

Gli spazzini non avevano finito il turno e l’assistenza legale era già operativa.

Ecco cos’è la vostra egemonia. Non organizza la devastazione. Le prepara il materasso su cui atterrare.

Allora smettiamola con le parole sbagliate.

Quella di sabato non era una manifestazione e non era una protesta.

Una protesta ha una richiesta. Questi avevano una mazza.

Si chiama guerriglia urbana, e chi la fa non è un manifestante, è un delinquente.

Minorenne o maggiorenne, figlio di immigrati o figlio di avvocato.

Niente giustifica la devastazione.

Non il prezzo della benzina, non lo stipendio fermo da anni, non l’affitto impossibile, non la scuola che cade a pezzi. Sono problemi veri e nessuno li nega. Ma il carovita non si combatte con un paio di scarpe rubate.

Questa gente conosce una sola lingua, quella della forza.

E allora lo Stato deve parlarla meglio di loro, con un fuoco più grande del loro: la legge applicata fino all’ultima virgola, senza sconti e soprattutto senza però.

Il bello è che non servono leggi nuove. Basta usare quelle che ci sono già.

Uno. Coprirsi la faccia in un corteo è già reato. Dal 1975, legge Reale, articolo 5. Casco o passamontagna, non fa differenza. Chi in piazza si copre il volto esce dal corteo e sale sul cellulare. Subito, non dopo la terza vetrina.

Due. Più uomini in piazza. E non lo dico io, lo dice Sala.

Il sindaco di Milano ha ammesso che in piazza Duomo c’era una massa di violenti contro uno sparuto gruppo di poliziotti e che il momento è stato sottovalutato.

Quando a chiedere più polizia è il sindaco di centrosinistra, la discussione è chiusa.

Tre. Si sono filmati da soli. Hanno fatto video e selfie davanti alle vetrine rotte, cioè il lavoro della Scientifica, gratis. Identificateli tutti, uno per uno, fotogramma per fotogramma.

Quattro. Il conto. Articolo 2048 del codice civile: i genitori rispondono dei danni causati dai figli minorenni. Quindi fattura a casa, voce per voce. La vetrina, la pensilina, l’auto dei carabinieri, la pulizia delle strade. Vediamo quanti papà e quante mamme, aperta quella busta, continuano a parlare di rabbia generazionale.

Cinque. Chi convoca una piazza risponde della piazza. Se organizzi una festa in condominio, fai entrare coglioni e deficienti e la mattina dopo hanno devastato le scale, non puoi dire che non c’entri. Paghi tu. Chi chiama a raccolta migliaia di ragazzi sui social e poi, secondo un funzionario di polizia presente, ammette già in via Broletto di non riuscire a gestire quelli vestiti di nero, non è un passante. È il padrone di casa.

E adesso la parte che non piacerà a nessuna delle due tifoserie.

Il problema non è il passaporto.

Tra quei ragazzi, dice la polizia, ce n’erano tanti di seconda e terza generazione e altrettanti italiani da generazioni.

Qualcuno con la retta della scuola privata pagata dai genitori.

Chi vi racconta che è tutta colpa degli stranieri vi vende una scorciatoia comoda, esattamente come chi vi racconta che è tutta colpa del disagio.

Se proprio volete parlare di remigrazione, io ci sto. Remigriamo tutte le teste di cazzo col casco integrale e il passamontagna.

Al Polo Sud, dove coprirsi la faccia ha finalmente un senso.

Oppure a Cuba, così il carovita lo vedono dal vivo, in fila con la tessera annonaria e la luce che va e viene.

Intanto a Parigi hanno fermato 855 persone, record per la capitale francese. Non ci sono arrivati in un pomeriggio. Ci sono arrivati un sabato alla volta e un però alla volta.

Se il 17 ottobre non costa niente a nessuno, il prossimo sabato lo rifanno.

E fra dieci anni l’Italia sarà questa: centri storici blindati, saracinesche giù il sabato pomeriggio, commercianti che mettono a bilancio le vetrine nuove come una tassa in più e un dibattito televisivo infinito su quanto fossero arrabbiati i ragazzi.

Io quell’Italia non la voglio.

E non la vuole nemmeno il commesso di Foot Locker o quello della Feltrinelli, che domani torna al lavoro in mezzo ai vetri di una rabbia che non era nemmeno la sua.

a cura del direttore di Informa Sicilia   Giuseppe Parisi

Carlentini, 21.10.2026